Immaginate un mondo in cui un'infezione batterica contratta durante un intervento chirurgico di routine diventi impossibile da curare. In cui una polmonite, trattabile oggi con pochi giorni di antibiotici, torni a essere una condanna. Non si tratta di fantascienza: è lo scenario verso cui ci stiamo avvicinando se non affrontiamo seriamente la resistenza antimicrobica (AMR, dall'inglese Antimicrobial Resistance).
L'AMR si verifica quando batteri, virus, funghi o parassiti si adattano ai farmaci progettati per combatterli, rendendoli inefficaci. È un processo naturale, ma le attività umane lo hanno accelerato enormemente: l'uso eccessivo e spesso improprio di antibiotici in medicina, in veterinaria e in agricoltura ha creato le condizioni ideali per la selezione e la diffusione di microrganismi resistenti. Alla fine del 2025, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un'infezione batterica su sei confermata in laboratorio è ormai resistente alle terapie standard.
I dati sono inequivocabili. Nel 2021, 1,14 milioni di persone sono morte direttamente a causa dell'AMR nel mondo, mentre altre 4,71 milioni di decessi erano associati a infezioni da germi resistenti (fonte: GRAM Project / The Lancet, 2024). Le proiezioni per il futuro sono ancora più allarmanti: tra il 2025 e il 2050 si stimano 39 milioni di morti direttamente attribuibili alla resistenza batterica — equivalenti a tre decessi ogni minuto per venticinque anni.
Solo in Europa, l'AMR è responsabile di oltre 35.000 morti l'anno, con un impatto sulla salute pubblica paragonabile a quello combinato di influenza, tubercolosi e HIV/AIDS (dati ECDC). In Italia, le stime indicano tra 10.000 e 15.000 decessi annui correlati a infezioni da microrganismi resistenti.
Il problema colpisce in modo sproporzionato le persone più vulnerabili: anziani, pazienti immunocompromessi, neonati. Tra il 1990 e il 2021, i decessi per AMR negli adulti sopra i 70 anni sono aumentati di oltre l'80% — una tendenza destinata ad aggravarsi con l'invecchiamento della popolazione mondiale.
L'AMR ha conseguenze profonde anche sull'economia e sull'organizzazione della società. La Banca Mondiale stima che, in assenza di interventi efficaci, entro il 2050 la resistenza antimicrobica potrebbe erodere il 3,8% del PIL mondiale ogni anno e spingere 28 milioni di persone in condizioni di povertà. I costi sanitari aggiuntivi potrebbero raggiungere 1.000 miliardi di dollari l'anno a livello globale.
Quando i farmaci smettono di funzionare, le conseguenze si propagano a cascata: le degenze ospedaliere si allungano, i trattamenti oncologici e i trapianti di organi diventano più rischiosi, gli interventi chirurgici ordinari si trasformano in procedure ad alto rischio. Secondo l'OCSE, nei Paesi membri un'infezione batterica su cinque è già resistente al trattamento antibiotico.
I batteri non conoscono frontiere. I geni della resistenza circolano tra esseri umani, animali e ambiente attraverso la catena alimentare, le acque reflue, gli allevamenti intensivi e i viaggi internazionali. Per questo l'AMR non può essere affrontata solo in ambito clinico: è necessario un approccio integrato, noto come One Health, che coordini la salute umana, la salute animale e la tutela dell'ambiente.
Le infezioni resistenti acquisite in ospedale sono particolarmente pericolose: rappresentano poco più del 30% di tutti i casi resistenti, ma causano oltre il 60% dei decessi correlati all'AMR (dati OCSE). Tre batteri — Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae e Staphylococcus aureus — sono responsabili di quasi tre quarti di queste morti.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è la scarsità di nuovi antibiotici in sviluppo. Negli ultimi cinque anni, la pipeline farmaceutica dedicata all'AMR si è ridotta del 35%: secondo un rapporto del 2026 della Access to Medicine Foundation, le grandi aziende farmaceutiche contano oggi solo 60 progetti attivi, contro i 92 del 2021. Senza nuovi farmaci efficaci, la resistenza acquisita renderebbe inutilizzabili anche le molecole esistenti.
La buona notizia è che esistono strumenti concreti per invertire la tendenza. L'OMS ha lanciato un piano d'azione globale aggiornato per il periodo 2026-2036, e i governi del G7 e del G20 hanno inserito l'AMR tra le priorità di salute pubblica internazionale. L'OCSE calcola che investire appena 1,5 euro pro capite all'anno in misure di prevenzione e sorveglianza consentirebbe di evitare 27.000 morti e risparmiare 1,4 miliardi di euro ogni anno solo nei Paesi UE/SEE.
Ma anche i comportamenti individuali contano: usare gli antibiotici solo quando prescritti, completare sempre il ciclo di terapia, non acquistarli senza ricetta, ridurre il consumo di prodotti di origine animale provenienti da allevamenti che fanno uso massiccio di antimicrobici. L'AMR è una minaccia collettiva che richiede una risposta collettiva — e ogni scelta, anche la più quotidiana, può fare la differenza.
Fonti principali: GRAM Project / The Lancet (2024); WHO Global AMR Action Plan 2026–2036; ECDC; World Bank; OCSE; Access to Medicine Foundation (2026); Commissione europea — DG Salute.